Attività outdoor

Il medico competente e l’attività outdoor: definizioni e terminologia

Come cambia il lavoro del medico competente all’aperto? L’attività outdoor nelle aziende presenta caratteristiche molto diverse dall’attività indoor, con rischi e criticità peculiari che il medico del lavoro deve tenere in considerazione.

L’impostazione odierna del mercato e dell’organizzazione del lavoro ha portato ad un assottigliarsi delle differenze tra le normative dei vari settori di lavoro, tal fattore ha portato a sua volta ad un approccio più generalista del medico del lavoro alle attività all’aperto, anche qualora queste presentino tra di loro differenze sostanziali.

Anzitutto, cosa si intende per lavorazioni outdoor? Per quanto concerne il medico del lavoro, si intendono tutte quelle attività eseguite per lo più in ambienti aperti, non protetti o relativamente protetti dagli agenti atmosferici e radiazione solare. Ad esempio, il medico del lavoro è presente nella maggior parte di attività collegate ai settori dell’edilizia, della pesca, delle lavorazioni agricolo-forestali.
Può il medico del lavoro valutare la criticità dei rischi del lavoro all’aperto? È importante notare un problema di definizione: il medico del lavoro si trova infatti a rapportarsi con strumenti di valutazione del rischio e di sorveglianza sanitaria che ad oggi restano privi di un riferimento normativo specifico.
Elementi quali agenti atmosferici o radiazioni ottiche naturali non sono ancora state inserite tra i rischi codificati.
Il medico del lavoro deve ricercare l’attuale regolamentazione in merito nel Titolo VIII del D.Lgs. (Agenti Definizioni Le lavorazioni outdoor: orientamenti pratici per il Medico del Lavoro Umberto Candura, Vice Presidente ANMA CONTRIBUTI E ARTICOLI ORIGINALI Premessa Aspetti normativi 5 Fisici), in cui vengono elencati i rischi codificati in ambito di lavoro outdoor: vibrazioni, campi elettromagnitici, radiazioni ottiche artificiali, rumore, microclima, atmosfere iperbariche.

Come si può vedere, agenti atmosferici e radiazioni ottiche naturali non sono contemplate, sebbene sia certificato che l’esposizione continuata alla radiazione solare comporti effetti nocivi per l’uomo.
Come accade già in altre situazioni, il medico del lavoro si trova quindi a doversi destreggiare tra le indicazioni fornite di una legislazione spesso non aggiornata e incompleta.
Cosa può fare il medico del lavoro per prevenire le criticità legate al lavoro all’aperto? Il primo passo èl’informazione: le figure professionali sopra elencate devono potersi rivolgere al medico del lavoro, il quale ha il dovere di formarle circa i rischi ed i comportamenti da adottare.

In questo caso, le informazioni fornite dal medico del lavoro possono spaziare dal corretto uso dei DPI alla possibilità di interazione con i farmici, dal controllo dello stato della pelle agli effetti cumulativi delle esposizioni extralavorative.
Allo stesso modo, al medico del lavoro spetta il compito di verificare l’ausilio di comportamenti che, sebbene dettati normalmente dal buon senso, spesso non vengono adottati: il medico del lavoro si troverà quindi a dover ricordare di non stare al sole durante le ore più calde del giorno in estate e primavera, di indossare occhiali da sole avvolgenti e cappelli a tesa larga, di fare uso di creme protettive.

FONTE: Umberto Candura (http://www.anma.it/wp-content/uploads/2015/06/interno-mcj-1_2015-2.pdf)

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Dal 1987 il Dottor AUGUSTO BASTIANELLO opera a Pordenone e Milano come medico per la prevenzione delle malattie correlate al lavoro.

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Medico del Lavoro e Formazione

Il ruolo del medico del lavoro nella formazione al pronto soccorso aziendale

Qual è il ruolo del medico del lavoro nella formazione al pronto soccorso aziendale?

Qual è il grado di efficacia di quest’ultima?

Quali competenze apprendono coloro che frequentano i corsi di formazione gestiti dal medico del lavoro?
In questo articolo vengono analizzate le peculiarità della formazione al pronto soccorso aziendale in Italia, in particolare vista con gli occhi di un medico del lavoro esperto.
Come sanno bene i medici del lavoro, anche una preparazione minima può infatti costituire la differenza tra una reazione all’emergenza caotica e confusa ed una reazione composta e ordinata.

Nella fase di formazione al primo soccorso, il medico del lavoro deve attenersi con scrupolo al programma previsto nel DM 388/03.

Tale programma, tuttavia, viene raramente preso in considerazionenella sua interezza.
Il DM 388/03 prevede che il medico del lavoro incaricato della formazione si concentri praticamente in modo esclusivo sulla parte di rianimazione cardiopolmonare.
Una parte di formazione che il medico del lavoro dovrebbe sempre trattare è quella di defibrillazione e sull’uso dei DAE (Defibrillatore Autonomo Esterno): tale pratica è rimasta fino a poco fa una competenza esclusiva di pochi eletti, e solo oggi alcuni medici del lavoro trattano seriamente questo argomento, “aprendolo” anche ai non addetti ai lavori.
Un altro argomento fondamentale che troppo spesso viene trascurato dal medico del lavoro è la formazione al primo soccorso per interventi di disostruzione delle vie respiratorie. Nonostante se ne parli poco, il rischio di disostruzione è una delle emergenze con cui il medico del lavoro si trova a confrontarsi più spesso, in particolare quel medico del lavoro che lavora in certi settori (es. scuole).

Il primo soccorso mirato alla disostruzione, in particolare all’apprendimento delle manovre di Heimlich, è inserito nel corso tradizionale di 12 ore e solo raramente viene trattato con dovizia di particolari dal medico del lavoro.

Tuttavia, i dati indicano che, in un campione medio di 4800 frequentanti del corso, ben il 2,5% ha dovuto eseguire una manovra di disostruzione, mentre solo due tra loro si sono trovati di fronte ad un arresto cardiaco.

Ne deriva che, per il medico del lavoro, la formazione alla disostruzione delle vie respiratorie costituisce una scelta da considerare.
Anche qualora il medico del lavoro abbia deciso di soffermarsi sulle tecniche di disostruzione, i margini di miglioramento sono ampi. Ad esempio, la manovra in questione è stata provata solo ed esclusivamente su persone in condizioni fisiche “normali”: non sono state analizzate le manovre di disostruzione su donne gravide, su soggetti obesi, su soggetti disabili (es. busto, sedia a rotelle).

In questi casi, il medico del lavoro ha mancato di considerare le caratteristiche dell’utenza, mantenendo un approccio generalista.
In conclusione: il ruolo del medico del lavoro nella formazione al primo soccorso aziendale può e devetenere conto delle necessità specifiche dell’ambiente di riferimento, migliorando e ottimizzando l’intento formativo.

Affinché ciò avvenga sono necessari corsi di aggiornamento teorici e pratici più frequenti per i fruitori finali, come anche corsi di formazione per i medici del lavoro stessi, mirati al miglioramento delle
tecniche di comunicazione.

FONTE: Paolo Losa (http://www.anma.it/wp-content/uploads/2015/06/interno-mcj-1_2015-2.pdf)

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